Around Kirtipur

 

  • Le grandi montagne di ghiaccio le abbiamo viste solo una mattina, per pochi minuti dalla terrazza dell’hotel, e dall’aereo, arrivando. Pero’ non ci mancano, davvero.  E vi spiego perché. Immaginate, ad esempio, di essere nel Medioevo e di girare per un villaggio di case di legno e mattoni, con gli artigiani che lavorano il legno nelle loro piccole botteghe, le donne che intrecciano cesti o mondano il riso con grandi ventagli di paglia, i vecchi seduti nella piazza lastricata con un grande tempio hindu e tanti piccoli altari intorno. Alle case sono appesi festoni di peperoncino e di aglio, pannocchie. Dalle porte basse si vedono donne che lavorano sedute per terra, con i bambini piccolissimi. Galline, anatre, capre, cani che dormono al sole. Vicoli stretti, pavimentati a mattoni, odori forti. Noi in Europa la chiameremmo sporcizia e disfacimento, qui la accettano con serenità e ti offrono sempre un namasté e un sorriso. Mentre facevo un disegno seduto sugli scalini nella piazza, si è aperta una porta dietro di me ed è uscito un giovane con un grosso topo morto tenuto per la coda, appena ucciso. Me lo sono trovato davanti alla faccia e ho fatto un salto e ha preso paura anche lui, prima di scoppiare a ridere tutti e due.

bungamati 2 (2)

 

 

 

Il bungamati 2 (1)

bungamati 3

tutto a 10 km da Katmandu, con i jet che passano bassi sopra le case per atterrare all’aeroporto. Questo paesino si chiama Bungamati, vi siamo andati a piedi per villaggi e risaie, sotto il sole forte, anche se ora piove.
A Katmandu, invece, nel traffico indescrivibile, si vedono anche scene di disperazione, ragazzi che sniffano colla, miseria vera.
Oggi dall’ambulatorio con Tiziana e Simonetta siamo saliti per sentieri alla “Casetta Bianca”, una piccola evidente costruzione sulla cima di una collina davanti al monte Champa Devi. Arrivarci non è semplicissimo, bisogna chiedere più volte, ma per fortuna la direzione è facile. Salendo alla forcella che ci avrebbe portato poi alla collina, sentivo spesso delle voci. Abbiamo incontrato infatti diverse persone, tre cui alcune ragazze cariche di grosse gerle piene di pannocchie, che ci hanno indicato una via più rapida di discesa. “Sentiero frequentato” pensavo “per essere una collina senza importanza”. Altro che collina: dietro alla forcella si apre una bella valle con un villaggio dell’etnia Tamang con case di argilla in mezzo ai campi, prima della grande foresta che avvolge le montagne. Niente strade, niente rumori, niente (finalmente!) rifiuti.

 

Dalla forcella in un quarto d’ora si arriva in cima: vista magnifica, non occorre dirlo, su Kirtipur, Katmandu e tutta la valle, con il fiume sacro Bagmati che dopo aver attraversato la città (e accolto le ceneri delle cremazioni e, purtroppo, i rifiuti di infinite discariche) corre verso sud, verso il sacro Gange, di cui è affluente, e il lontano Oceano Indiano.

 

Tornando alla nostra gita: al ritorno abbiamo trovato altre ragazze proprio alla forcella, mentre si riposavano alla fine del tratto più ripido della salita, prima di entrare al villaggio. Una di loro ha deposto la sua gerla proprio vicino a me, su un ripiano, e, al solito, mi ha salutato sorridendo. Ma il mio, di sorriso, è sparito subito, quando ho provato a sollevare la sua gerla di pannocchie mature, tutte impilate con ordine. Almeno 30 kg, ma sono convinto fossero di più. E le portavano dai campi sopra le risaie, lungo un sentiero ripido e scivoloso, con le loro infradito di plastica. Una delle tante cose di qui che fanno pensare, al di là del pittoresco, del colorato, della bella fotografia.

 

 

A proposito di fotografia, ieri era sabato, dunque festa per il Nepal, e siamo andati al tempio di Dahsinkali, consacrato alla dea Kalì e dedicato ai sacrifici. Quasi tutti vegetali, in verità, ma anche molte galline e un bel po’ di caprette. Non vi descrivo l’atmosfera, i colori, la folla di fedeli, i santoni e i mendicanti, ma se avete stomaco di leggere, vi racconto una scena proprio brutta, cui ho assistito.
Il recinto dei sacrifici è circondato da un muretto alto un metro e mezzo, al di là del quale una specie di macellaio e un suo aiutante compiono il rito, con tutto il sangue che potete immaginare e il resto. Bene, un folto gruppo di italiani armati (letteralmente) di gigantesche macchine fotografiche infilava gli obiettivi tra le grate per cogliere lo spasmo d’agonia, lo schizzo vermiglio, la testa tagliata. Senza nessun rispetto per i fedeli, per il rito che non capivano certo, per la sacralità del luogo. Mi piacerebbe vedere le nostre reazioni se un gruppo di hindu si mettesse a fotografare da vicino, che so, le nostre comunioni, o un funerale. Mah. Non so voi, ma io l’ho trovata una scena proprio forte, disturbante.

 

Namasté, per oggi.

 

 

Flavio

 

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