Un patrimonio che appartiene a tutti

IMG_4112_530x600“MAALAI PATAN JANE PARCHHA” vorrei andare a Patan.
Con uno striminzito vocabolario cerchiamo di farci intendere da un nepalese di una certa età, ma vediamo che non capisce o meglio non capisce Patan. Infatti per la gran parte della gente di una certa età non esiste Patan, bensì LALITPUR antico nome di uno dei 3 regni in cui era stata divisa la vallata di Kathmandu: KANTIPUR (attuale Kathamandu), LALITPUR (Patan) e BHAKTAPUR che ha orgogliosamente tenuto il proprio antico nome. Questi 3 regni che convivevano a stretto contatto hanno fatto a gara per rendere la loro capitale la più bella e sfarzosa con strardinari monumenti che sono arrivati pressochè intatti fino ai nostri giorni ….. in verità, purtroppo, fino al momento del grande terremoto che ha sconvolto 15 gg fa il Nepal. Quei lunghissimi 50 secondi di terremoto e le successive scosse di assestamento hanno infatti distrutto alcuni dei monumenti che rendevano le DURBAR SQUARES ( le Piazze dei Re) di queste città degli autentici musei all’ aria aperta.
Questi luoghi sono da lunghissimo tempo Patrimonio dell’umanità e da sempre hanno attratto e affascinato turisti da tutto il mondo.
Ora queste piazze sono desolatamente deserte, con poche persone e rarissimi turisti tanto che a Patan e a Bakhtapur non ne abbiamo incontrato nemmeno uno.
I vuoti creati dai monumenti crollati danno una profonda tristezza, non solo per l’immensa perdita culturale, ma anche al pensiero di come questo povero paese perderà le entrate generate dal turismo (primo posto della loro economia).
In attesa che si organizzasse il nostro programma di aiuto alimentare alle famiglie più povere dei villaggi vicini, abbiamo voluto renderci conto di persona di quanto questo sisma avesse colpito queste famose e a noi oramai ben note località.
Mentre Patan – Lalitpur presentava una situazione grave ( 2 grandi templi crollati, molte vecchie case distrutte), quando siamo arrivati a Bhaktapur ci siamo subito resi conto che la situazione poteva ritenersi una catastrofe , in questo caso oltre ma ancor più che culturale, umana.
Moltissime case si sono afflosciate su sè stesse, e di loro non esiste più niente se non un cumulo polveroso di terra e mattoni; molte sono crollate su altre creando un oriibile gioco di domino; alcune strade sono percorribili solo a piedi zigzagando pericolosamente fra le macerie che sono arrivate da ambedue i lati. Pur non avendone esperienza diretta, girando la parte vecchia della città, l’impressione è quella di una città devastata da un bombardamento. Molte volte passando sotto alcune case con ampie crepe o che facevano innaturali e pericolose pance o che avevano ancora appese in alto dondolanti travi ci siamo consigliati a vicenda di passare al più presto; ci si rendeva conto che sarebbe bastata anche una scossa di media intensità o un soffio di vento per rompere quegli equilibri cosi instabili. La gente invece si comportava quasi naturalmente: la gran parte continuava a passare più o meno indaffarata sotto queste pericolose roulette russe, alcune persone per lo più anziane e sicuramente le più povere continuavano a vivere dentro abitazioni sbilenche o crepate, altre persone, spesso uomini e donne anziani, si trovavano sulle parti alte di ciò che restava della loro casa per abbatterla mattone dopo mattone, trave dopo trave. Non abbiamo visto nessuno piangere. Abbiamo ancora una volta toccato con mano come il fatalismo faccia parte intrinseca del carattere e della vita di queste popolazioni. Abbiamo parlato con alcuni tecnici della municipalità che stavano organizzando, con numerosi studenti volontari, lo sgombero delle strade; ci dicono che solo nella parte vecchia di Bakhtapur sono morte 800 persone, che in molte zone le tubature dell’acqua sono saltate, che si stanno lentamente organizzando, ma che anche la rimozione e la messa in sicurezza richiederà molto tempo e denaro.
I giornali riferiscono una notizia di fonte ONU secondo la quale sono arrivati dai paesi stranieri aiuti solo per un decimo del necessario; chissà quanto influisce su questo anche la non buona congiuntura economica mondiale. Sfortuna su sfortuna. Con decine di campi tendati installati dalla Croce Rossa Cinese in moltissimi punti differenziati delle zone che abbiamo visitato, la Cina dimostra la sua potenza, organizzazione e disponibilità; anche le tragedie possono essere utilizzate per rinforzare legami politico-economici.
I Nepalesi in questo momento chiedono un aiuto immediato (cibo, un tetto, farmaci) un aiuto a medio termine ( ricostruzione, aiuto economico), ma chiedono soprattutto che per non bloccare l’economia di un paese così povero non si arresti il flusso dei visitatori.
Un caro amico nepalese avrebbe coniato uno slogan che vorremmo passarvi: AMATE E VOLETE AIUTARE IL NEPAL? CONTINUATE A VISITARLO ! Con questo egli intende trasmettere il messaggio che oltre gli attuali e indispensabili aiuti umanitari ed economici, il Nepal riuscirà a ripartire anche con la propria forza, solo se il turismo mantiene il suo flusso. Noi dopo averlo visitato in questi giorni possiamo dire che le ferite ai monumenti sono state gravi ma che molti di essi sono ancora in piedi, che il popolo nepalese si sta comportando dignitosamente e sta curando le proprie ferite umane e ambientali per accogliere come sempre generosamente gli stranieri.
Il Nepal rimane un paese straordinario e affascinante ,che merita sempre di essere visitato e conosciuto.
Ora più di prima.
Paolo e Mauro

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2 commenti

  1. Grazie….il vostro ottimismo poi , è ammirevole ! Buon lavoro…un abbraccio.

  2. marta farina · · Rispondi

    Ho letto tutto d’un fiato il vostro resoconto, ieri sera. Che fitta al cuore leggere di quei luoghi che ho tanto amato ridotti ad un cumulo di macerie. Vi ho pensato sempre in questi giorni, cari Mauro e Paolo. Un abbraccio grande va a voi. Continuate a scrivere di ciò che vedete, continuate a raccontare, per favore. E’ importante. Noi da qui, condividiamo puntualmente i vostri post affinchè non si spengano i riflettori accesi sulla tragedia che ha sorpreso tristemente il nostro amato Nepal. Grazie per quello che state facendo.

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