I villaggi di Bungkhot ed Ashrang

Scrivere queste righe comodamente seduti, dopo una colazione “occidentale”, è un piacere di cui ci eravamo già scordati l’esistenza e che sicuramente andrebbe apprezzato maggiormente: acqua potabile, corrente, comodi letti, tecnologia di ogni tipo, cibo variegato…, non sono poi così scontati come crediamo.

La tre giorni nei villaggi è stata, oltre che alquanto utile per l’attività dell’Associazione qui in Nepal, anche un’esperienza di vita, senza esagerare; siamo ancora confusi e frastornati, e stiamo cercando di sistemare nelle apposite caselle tutte le informazioni ed emozioni ricevute: è stata veramente “tanta roba”.
Abbiamo vissuto il rientro in quella bolgia dantesca che è il traffico di Kathmandu e la caotica e vivace Thamel come un piccolo rientro a casa, un rimettere finalmente i piedi per terra dopo aver passato alcuni giorni sospesi tra terra e cielo a combattere con la gravità terrestre, tra la ricchezza smisurata che la natura dona all’uomo ed al contempo le ferree e talvolta anche spietate regole che detta ai suoi abitanti. E’ la natura a dettare le regole all’uomo, non viceversa. Possiamo tranquillamente affermare che, nonostante non abbiamo fatto uso nè di ganja nè di raksia o altri eccitanti, l’escursione nei villaggi se non proprio mistica, sicuramente è stata un’esperienza socio-etno-culturale.

La scelta condivisa con Sagar, col suo aiutante e cugino Naba e con quella miniera di informazioni che per noi è Phil, ovvero di percorrere a piedi tutto il percorso tra i villaggi, si è rivelata ottima sotto tutti i punti di vista. Trasportati come delle divinità su comode jeep 4×4 non avremmo mai provato il piacere di arrivare stanchi, sudati (e sporchi) ad uno sperduto villaggio incastonato tra dirupi e profonde valli e poter assaporare un fresco bicchiere di yogurt liquido offertoci accanto alle capre che lo avevano prodotto poc’anzi; o gustare un frutto appena raccolto da un albero di cui non si conosceva neppure l’esistenza, figurarsi il sapore! WP_20150811_007

Non avremmo mai potuto conoscere Buba, un bisnonno 95enne che ci era stato presentato come quasi completamente cieco e sordo, e che tuttavia si destreggeva agilmente dentro e fuori la casa/capanna in cui viveva ancora allegramente. Non avremmo sentito nell’aria il profumo di mille erbe, spezie, fiori esotici, non avremmo potuto ammirare una profumata pianta di marijuana che dondolava felice spinta dalla corrente d’aria calda che saliva dal fondo valle. E non avremmo visto con i nostri occhi il trasporto a mano, su di un barella di fortuna, di un’anziana donna di ritorno dall’ospedale di Ghorka.

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Non ci saremmo mai accorti dei due buoi che all’unisono e con istinto atavico saltavano da un terrazzamento all’altro, per arare una coltivazione di riso appena allagata grazie al forte temporale notturno, lo stesso che aveva provato a sorprenderci la sera prima al villaggio di Bungkot, e che invece con la clemenza e gentilezza del padrone di casa, ci aveva infine cullati tutta la notte nel nostro spartano giaciglio sotto una lamiera gocciolante di una casetta vista monti. Non avremmo potuto apprezzare la raffinita architettura di alcune nobili case di campagna, costruite sapientemente con legni intarsiati e pietre finemente disposte a piombo. Non avremmo incontrato nel nostro cammino innumerevoli donne, sempre di età indefinita ed indefinibile, che per incanto si materializzavano lungo il sentiero, cariche come muli e sempre disposte a porgerti un “Namaste” di accoglienza. E nessuno ci avrebbe mai spiegato l’alimentazione ad escrementi bovini della cisterna a metano (ndr. gassificatore aerobico) vista, ed odorata, presso la casa dell’infanzia di Naba. Non ci saremmo mai potuti appollaiare sui basamenti in pietra all’ombra dei due grandi alberi di Buddha che spesso lungo la strada, o negli stessi villaggi, danno conforto ai viandanti e fungono da ritrovo sociale. Non avremmo visto le atletiche scimmie, curiose ed un pò diffidenti, che pare siano indicatrici dell’assenza di tigri, e viceversa. E forse non avremmo neppure sofferto così tanto ogni qualvolta ci si è presentata davanti agli occhi la più triste e lancinante visione: una misera casa di contadini, costruita negli anni con sacrificio ed ostinazione, spietatamente crollata al suolo con il sisma, coprendo con i suoi detriti anche il lavoro di generazioni di tenaci contadini.

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Non avremmo atteso impazientemente una spartana, stracolma, infangata e chiassosa corriera 4×4 per poter rientrare a Ghorka, arrivata ed apprezzata come un miraggio, ma facendoci tremare di terrore ogni qualvolta l’autista, rigorosamente in infradito, cercava di non perdere il controllo del mezzo tra tornanti su strapiombi minacciosi e dentro a paludi melmose pronte a divorare anche il più esperto fuoristradista occidentale. Il nostro orecchio non avrebbe mai potuto apprezzare al tramonto il dolce richiamo alla preghiera di un muezzin ad Ashrang, territorio equamente diviso tra induisti e musulmani, ognuno con le sue tradizioni ed i suoi villaggi,che però condividino la cosa più importante che li lega. L’istruzione dei loro figli.

Già, senza questo dolce arrampicarsi in salita e trascinarsi a valle lungo il percorso, non avremmo mai potuto provare quello che provano LORO: le centinaia di ragazzini in divisa variopinta che percorrono quotidianamente lunghi sentieri andata/ritorno, quasi inconsapevoli della fatica che devono sopportare, solo per raggiungere il luogo da cui potrà partire il loro riscatto. LA SCUOLA!

LE SCUOLE; alcune ancora parzialmente in piedi ma spesso marchiate dalle autorità col bollino rosso (= inagibili), ma la maggior parte distrutte, violentate, annientate. Sostituite nel frattempo da capanni di fortuna costruiti quasi sempre con materiale recuperato dai ruderi di quelle crollate, in cui ammirevoli e dignitosi maestri arrancano faticosamente per dare un minimo di dignità al loro ingrato compito in queste condizioni.

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NO; non si può restare indifferenti davanti ad un simile scenario, ed ogni promessa fatta a loro è e dovrà restare un debito nei loro confronti. Le difficoltà burocratiche, politiche, logistiche, se vogliamo anche caratteriali, che smorzeranno il nostro entusiasmo per intraprendere assieme un percorso di ricostruzione dei plessi scolastici sono tantissime, non ce lo nascondiamo di certo; ma saranno sempre poca cosa rispetto a quelle che un paese, un popolo come questo, deve sopportare nella sua lotta quotidiana per poter nuovamente ottenere un posto al sole.

SI; l’idea di farsela a piedi è stata una GRANDISSIMA IDEA Mister Sagar, da oggi seppur ancora leggermente confusi, siamo sicuramente più ricchi e determinati grazie al loro esempio.

Stefano/Alessandra

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Un commento

  1. Realtà che si fa poesia. Grazie, grazie davvero di cuore

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